L’arroganza dell’ultimo giorno
Fino a stamattina alle 9.07 e 5 secondi ero felicissima: da lunedì si ricomincia.
Senso di ebrezza, confusione, destabilizzazi
Oggi che è l’ultimo giorno feriale di lavoro, sui vetri del Palazzo di Vetro piove, negli scaffali c’è nulla che mi appartenga, accanto a me c’è un cartonato speciale e tutto intorno i miei colleghi parlano come se niente fosse, come se io lunedì mattina ci fossi ancora o come se me ne fossi già andata da mesi.
L’ultimo giorno è un giorno arrogante in cui speri soltanto che mancherai a tutti, a quelli che si culleranno con l’affetto di saperti contenta e a quegli altri che invece ti rimpiangeranno e basta.
Hai sentito?
Domenica sarò a Carpi, al Museo Monumentale al Deportato, per fare un reading che si intitola E far l’amore anche se il mondo muore.
Dura una cinquantina di minuti, leggiamo quattro racconti: uno è il mio, si intitola Hai sentito?.
È una delle pochissime cose che ho in testa da tantissimi anni, circa quindici, per decidermi a farlo e finirlo ci ho messo un anno e infatti non è ancora terminato per davvero.
E far l’amore anche se il mondo muore è un libello che distribuiremo gratis domenica a chi ci sarà e poi sarà un ebook sempre gratis da lunedì prossimo: poi vi dico dove scaricarlo.

La copertina l’ha disegnata Francesco Farabegoli
Io, una intervista telefonica, è la prima volta in vita mia che la faccio: abbiate pazienza, ho dovuto prendere appunti come all’Università. Avevo tre fogli, ho preso appunti a macchia di leopardo in tutti i punti dei tre fogli: proprio come all’Università.
Mi son laureata? Sì.
Prima dei 28 anni? Sì sì.
Eh, oh.
Clic.
300 ciliegie
Mariarita mangia le ciliegie come un ruminante.
Le spolpa con i denti, le labbra, muovendo le guance, fino a che non sente almeno due giri di lingua sul nocciolo, poi lo sputa nel piatto; li accantona tutti vicino al bordo, da un lato o dall’altro, mentre i piccioli li conserva in mano, uno sull’altro e poi li butta tutti in una volta nella spazzatura dell’umido.
I secchi dell’immondizia sono quattro: uno per la plastica, uno per il vetro, uno per la carta e uno per l’indifferenziato. L’umido è sotto il lavello della cucina, in uno sportellino per non far uscire la puzza in tutta la casa, che poi è una stanza sola, un rettangolo di 25 metri quadri con angolo cottura, divano letto, la porta del bagno, un armadio a muro con le ante scorrevoli di spessore 18 centimetri e la porta sul pianerottolo, che in realtà è un sottotetto.
Il soffitto è mansardato. Mansardato, a 20 anni, vuol dire che il soffitto da un lato si piega sulla nuca mentre siedi sul divano e guardi la tv, dall’altro si poggia sul bordo più in alto dell’armadio. È buffo, Mariarita è bassa, la mansarda ha il lucernaio e una finestra, il sole entra, il raggio del pomeriggio separa la polvere molto più lentamente del solito, i granellini si mischiano all’aria.
Mariarita guarda la tv tutti i pomeriggi dopo il lavoro, fa la governante dalla signora ricca del primo piano e poi alla sera ogni tanto esce, da sola, va a comprarsi le ciliegie al supermercato vicino casa, anche se è costoso, ma è quello che chiude alle 21: ci va dieci minuti prima della chiusura, la cassiera della cassa 8 è una sua vicina di casa, l’aspetta sempre, così ci mette 8 minuti esatti per comprare le ciliegie, scegliendole una per una.
Stai dimagrendo troppo.
Dici?
Sì.
No, dai: è che arriva maggio, ho meno vestiti addosso.
Sarà.
Grazie, eh.
A buon rendere, le dice e poi la guarda uscire dalla seconda porta, sempre la stessa visuale: il sedere molliccio, le gambe secche, il busto corto e i capelli pettinati male con un elastico nero sfilacciato e lento.
Mariarita assaggia un chicco subito sul marciapiede, prende quello su cui era meno sicura, su cui ha puntato tutto solo con uno sguardo, lo prende e lo tasta un po’, senza troppa pressione, lo rigira tra le dita, è lucido, guarda il colore, è un rosso giusto, il picciolo si stacca con qualche secondo di troppo, forse è poco matura, infila un canino nella polpa, il primo, e il succo dolce le spegne la lingua. Sorride, ha indovinato di nuovo, sono le 21 e comincia a fare buio; torna a casa, di fretta, conserva il nocciolo in mano, sente l’umido e pensa al numero, non è sicura.
263 o 264? La settimana scorsa come è andata?
Non ricorda, infila le chiavi nel portone, sale le scale due a due, arriva col fiatone e le guance calde, il succo è finito, la lingua è secca e sulla scatola di plastica per alimenti c’è scritto 262 col pennarello nero. Ne mancano ancora 37.
Mariarita tira una riga sul 262, ci scrive accanto, più piccolo, lo spazio libero dell’etichetta sta finendo, il numero 263. La scatola puzza di resti di ciliegie, di gesti ossessivi e denti, i suoi, meticolosi; il coperchio di plastica funziona, perciò fuori l’odore è attutito. Da fuori, la scatola è una massa marrone di chicchi: se Mariarita prova a scuoterla o a rovesciarla, essi scivolano a fatica: sul fondo sono tutti appiccicati alla plastica.
Rimette la scatola in frigorifero, prende un pezzo di un cracker, l’ultimo della bustina, e se lo sgretola in bocca intero, lo ammolla sulla lingua, la poltiglia è un po’ salata, ingoia tutto e si mette sul divano. In tv c’è un reality show, quello dell’isola, e le urla della tizia bruna e di quella bionda si fiondano sulla faccia di Mariarita, lasciandole una smorfia contrita sugli occhi.
Inizia a mangiare le ciliegie pescando direttamente dalla busta di plastica del banco frutta del supermercato; il guanto, che le pregano di usare e che immancabilmente, dopo l’uso, non butta mai, è ancora nella tasca e si stringe in una pallina strozzata quando si siede sul divano, poi diventa una cosa sola con la federa della tasca in soli dieci minuti e ogni volta che si rigira sul divano, nel dormiveglia delle successive ore, la plastica calda soffoca sempre un po’ di più assieme a lei.
Nell’anno dei trenta (5)
Ho visto da vicinissimo David Grossman, ieri sera, gli ho anche stretto la mano.
Ha una mano liscia: una di quelle che si cura con le creme al latte, liscia sia sul palmo che sul dorso, piena, viva, da nonno che non lavora più ma sta comunque bene, fa le sue cose, esce, prende aria. E poi lui abbraccia il palmo, da sopra a sotto, fa proprio il gesto di quello che infila la sua mano nella tua, mentre ti guarda dritto negli occhi.
Ero al Teatro Franco Parenti di Milano, lui era seduto sul palco, sulla sinistra, accanto al suo traduttore, Paolo, e rispondeva a domande varie, soprattutto sui libri che ha scritto e i personaggi cui ha dato vita. Ha detto, tra le altre cose, tre cose che mi sono segnata – più o meno, perché le ho segnate in inglese e quindi non sono sicura affatto della trascrizione, ma l’importante sono i concetti*:
1. This book (Che tu sia per me il coltello, cioè) is about be loved by someone else not for what we are but in spite of what we are.
2. When I have an idea, that idea always seems to me a bad idea, but I start walking.
If it’s spring or summer, I walk out. If it’s winter, I walk in one room, I walk around and around, my wife says “You’re burning my carpet”, and in that way, the idea becomes a good one.
I start walking faster, and if the idea is still in my head for two or three days, it means that the idea is really good. So, I started asking some questions to myself about that idea. I’d like to transform that idea in a new bad one. But I can’t. And If I can’t, that is my sign: that is my new story.
3. It’s curiosity. I write because I’m curious about people, how they deeply are, what they deeply think. I know myself, even too much: I’m curious about people.
*gli errori sono tutti miei, quindi.
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spellicolaggini 2011
È un ebook gratuito. Si scarica qui.
Sono raccontini di film: se vuoi qualche assaggio clicca qui.
produzioni
- racconti || prospektiva
- tu scatti io scrivo
- personal report
- io scrivo, gente legge
- on my hotel tv
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Barabbista e me ne vanto
Ogni tanto scrivo su Barabba che è un blog collettivo, il mio nome di battaglia è osvaldo.
gente scrive, io leggo
la internèt che conta
It seems you can write a minimalist piece without much bleeding.
And you can.
But not a good one.
(David Foster Wallace)


