spellicolaggini 2011

La prima volta che ho messo piede in un Cinema ero grande: avevo dodici anni, era il 1994 e davano Il Postino di Massimo Troisi al Cinema Oddo di Termoli, una ex sala parrocchiale. Avevo già letto Lessico famigliare e Marcovaldo, ma non ero mai andata al cinema.

La cosa che mi colpì, più di tutte, fu l’odore della polvere, la polvere nella scia di luce che veniva dal proiettore in alto, la polvere vicino agli angoli della porta per entrare. La polvere che avevo il dubbio fosse sopra le poltroncine e mi si attaccasse alla maglia nuova. La seconda volta che sentii quell’odore di polvere fu durante una lezione al Dams a Bologna – ho studiato al Dams, sì, senza mai pentirmene un giorno, detto tra noi – , stavo per vedere L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, un film muto in bianco e nero – dovevo dare “Istituzioni di Storia del Cinema”, non è che di proposito andassi al cinema di pomeriggio a guardare film muti in bianco e nero in cui non succede niente – e sentii quell’odore chiaro e tondo e tossii tantissimo.

Dopo non l’ho sentita sempre, la polvere. L’ho sentita ogni tanto, l’ho messa da parte e nel frattempo il mio rapporto con i film è cambiato tantissimo. Se ne vedo uno, adesso, non riesco a non raccontartelo, non posso stare zitta, non ce la faccio proprio: le spellicolaggini non sono recensioni, non sono brava a recensire le cose, ma se guardo un film, anche più di una volta, non riesco a non scriverci su. Precisamente, le spellicolaggini nascono per caso un pomeriggio d’inverno di un paio di anni fa, dopo aver messo per la prima volta in bella copia il raccontino sulla visione di My Blueberry Nights di Wong Kar Wai. Ce l’ho in DVD, ero a casa mia.

(dall’introduzione)

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Febbraio 29

Il titolo di questa raccolta avrebbe dovuto essere di ventotto ce n’è uno, ma all’Editore non è piaciuto e quindi si è optato per Febbraio 29, come una serie tv americana: non servirebbe nemmeno dire di che stiamo parlando.

Le cinque storie raccolte qui dentro hanno a che fare con il numero di febbraio che esiste ogni quattro anni sul calendario gregoriano; a modo loro lo celebrano, lo ricordano, anche se la filastrocca dei bambini dice che di ventotto ce n’è uno. Cosa ce ne facciamo di ventiquattro ore in più? Ma soprattutto: come si costruiscono gli anniversari delle cose che capitano il ventinove febbraio?

Quando ero piccola cantavo: generalmente di ventotto ce n’è uno, andando completamente fuori metrica, ora sono qua a scriverne assieme
ad Azael, che ringrazio parecchio e prima di tutti.

(dall’introduzione)

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