Uno dice la provincia.
Io la provincia in effetti non la conosco, ho iniziato a conoscerla da poco. Ho abitato o in paese o in città fino ad ora e la provincia è però il mio luogo ideale, sto scoprendo. Non quello dove vivrei, forse, ma di sicuro quello dove scriverei – poi il perché è un discorso lungo, magari lo si fa un’altra volta: oggi il punto è un altro.

In provincia ogni tanto trovi posti come questo, che invitano Makkox a parlare di fumetti, di autoproduzione, di Editori di fumetti e di satira. E allora uno ci arriva alla Cintura Nord di Milano, a sentire Makkox, c’è una copia di Schegge di Liberazione da fargli autografare, una mano da stringere per dire “ciao, sono barabbista, volevo dirti grazie di persona” – salvo poi dimenticarsela a casa, la copia delle Schegge di Liberazione.
Devo avere un posto in carne e ossa in cui desiderare di abitare. Devo avercelo proprio, non ce n’è, anche più d’uno se è necessario. Un posto a cui pensare quando mi siedo dietro la scrivania e accendo lo schermo.
(I grandi esploratori non volevano girare l’angolo, volevano scoprire cosa c’è dietro l’orizzonte. I posti, per gli esploratori, sono sempre infinite possibilità.)
Ieri sera, quindi, ho deciso che uno di questi posti sarà la poltroncina del circoletto Arci Agorà della Cintura Nord di Milano dove Makkox era seduto a parlare, per un motivo ben preciso: rubargli, prima o poi, la consapevolezza, la cura, la maniacalità – e quindi la professionalità – che ha nel mettere le carte in tavola, giocarle, rischiare, tentare di vincere il più possibile e tornare al tavolo la volta dopo con qualche carta in più nel mazzo, tra le mani, come un insieme di possibilità con cui poter alzare ragionevolmente la posta.

La stima, certe volte, la si scopre per certi scrittori nei circoletti di provincia.
Poi uno dice la provincia.

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