Non prende la linea.
Riprovi.
È la seconda volta.
Riprovi la terza, allora.

Mentre tengo su la cornetta mi trema la mano; è una cosa che non mi era mai successa al telefono. Mi trema la mano vistosamente, me ne vergogno molto, allora la tiro indietro goffamente e faccio cadere la cornetta bianca di plastica dura e ingiallita sul pavimento. La riprendo subito per paura di averla rotta e la guardo: nessuna traccia del pavimento, nessuna scheggia. Ho la sensazione che prima o poi arrivi qualcuno a dirmi che si è sbagliato, che gli dispiace molto ma si è sbagliato. L’unico rammarico, se succedesse, sarebbe quello di non aver telefonato.

Che succede?
Non lo so, forse è l’emozione. Mi trema la mano.
Faccia vedere.

È solo un tremolio, penso.
Il dottore mi guarda il palmo, poi le nocche, forse anche le unghie – fortuna che sono pulite – mette la sua mano sotto la mia, i palmi si toccano ma io non sento niente – ma non è niente di grave, lo so – vedo solo le dita vibrare, la pelle muoversi. I nervi: sono loro il problema. E pensare che non mi sono mai scappati i nervi nemmeno una volta negli ultimi cinque anni. Nemmeno gli anni prima, nemmeno coi miei sottoposti, nemmeno in un’azione pericolosa. Mai: era uno dei motivi per cui si fidavano tutti.

Non è niente.
Sì, lo sapevo.
Guardi, vada pure a lavarsi, la telefonata la fa dopo, ok? Io intanto sistemo i miei visti per la sua uscita.
Annuisco, prendo il mucchio di vestiti a due mani e vado dietro alla porta verde che mi ha indicato.
Non si chiude per bene, devo pisciare mentre lui mi sente dall’altra parte: mi vergogno di nuovo.

Devo farla, mi scappa da ore.
Mentre uscivo, quando si chiudevano le sbarre del mio nascondiglio dietro di me, una a una con un certo ritmo – un passo del carceriere, poi il mio, una sbarra aperta, poi chiusa per almeno quattro volte – ogni tintinnìo di accaio mi stimolava, avevo paura che la vescica mi sarebbe esplosa. Mentre facevo il corridoio sottoterra, il caldo, che passava dalla sabbia del deserto e scendeva nel fondo sulla mia faccia e sui miei pantaloni, mi rilassava e avevo paura mi cedesse la vescica a ogni movimento. Mentre camminavo, ho pensato ancora una volta di poter morire per una vescica esplosa: mi è successo spesso di farla dove capitasse, d’altronde. Mi vergogno anche di questo.

Nel bagno, mi tiro giù la patta dei pantaloni, rilasso la pancia e tiro su le magliette che tenevo dentro alle mutande per ripararmi dal freddo. Non mi viene subito. Devo rilassare anche le spalle, appoggiare una mano al muro; poi finalmente la faccio, dura almeno due minuti, anche di più, va giù come una volta: senza fretta.
Dall’altra parte della porta verde arriva un colpo di tosse del dottore, la mia pipì inizia a singhiozzare e mi tremano di nuovo le mani. Mi lavo in pochissimi minuti, mi rivesto ancora più pesante di prima, metto tre magliette bianche sotto una camicia a quadrettini che abbottono: è che vorrei sembrarle più grasso di così anche se al telefono non mi vedrà. Quando esco dal bagno, il dottore accenna un sorriso, mi consegna dei fogli con dei timbri. Io non leggo, ho fretta, il mio corpo si irrigidisce di nuovo e ha fretta.
Per me è tutto a posto, può andare.
Grazie.

Mi avvicino all’uscita subito. Non si sente nulla dall’altra parte, ho quasi paura che fuori ci sia di nuovo il deserto e la jeep che invece di portarmi all’aereoporto, mi riporta al buio nel nascondiglio in cui sono stato cinque anni. O in un altro per altri cinque anni. Un posto nuovo in cui potrei morire di piscio.

Be’, che fa, non telefona?
Uh? Ah sì, scusi.
No, dico per lei.
Sì, ora lo faccio.

Guardo il telefono, sento gli occhi del dottore sui numeri, di sicuro gli hanno chiesto di controllare se faccio quelli giusti. Non è colpa sua: noi non facciamo mai un mestiere solo. Io ero quello che comandava e poi ho fatto il prigioniero, lui è quello che cura ma ogni tanto deve decidere se andiamo bene, se possiamo uscire, e se il numero è davvero quello di mia madre.
Si gira, torna a segnare con delle x i fogli, non mi guarda più, poi va verso il bagno, sento la sua pipì veloce e abitudinaria, la mano trema ma non mi vede, allora faccio il numero veloce, anche se mi vergogno, lo so ancora bene a memoria, uno squillo, respiro piano di nuovo, i glutei si rilassano un poco, non voglio che mi senta rigido, due squilli, tre, quattro, poi il silenzio nei circuiti.
Guardo verso la porta, lo scarico e le sue mani sotto al lavandino, un clic dall’altra parte nella cornetta mi richiama di nuovo l’attenzione e spingo l’orecchio verso i fori, sono almeno cinque: li calco sulla guancia per paura di non sentire nulla.

Non c’è nessuno, penso. Si sono sbagliati. Schiarisco la voce e allora lei piange. Non si sono sbagliati.
Pronto, mamma?

***
Ieri alla fermata dell’ATM Lomellina di Milano c’era una copia del City abbandonata sotto alla pensilina. In prima pagina c’era questa foto.
Il resto è inventato.

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