Una volta mi sono distratto e ho perso il traghetto per tornare da te.

Da lontano mi sembrava molto più grande di quel che era. Riversa su un fianco, bianca o sbiancata da Cagliari non so, il riflesso dell’acqua forse, era piccola, sembrava fatta con una pagina di un quaderno senza righe né quadretti, aveva due assi di legno a poppa e due assi a prua e copriva una donna che dormiva. A quest’ora non dovrebbe esserci nessuno, non dovrei guardare una donna dormire e sperare che si svegli, come fossi tu. Sono andato via subito, non volevo disturbarla, avevo perso il traghetto e dovevo passare sei ore aspettando quello dopo, sarebbe stato un viaggio pessimo di notte per nove ore: un Cagliari-Napoli con passaggio ponte e l’auto, avrei dormito niente, avrei guardato il sole sorgere, avrei pensato al tuo vomito tutto il tempo.

Hai una sigaretta?
Non so se è stato il tailleur o i capelli arruffati o la combinazione dei due oppure il naso rosso e la voce roca o il fatto che abbia tossito senza mettersi la mano sulla bocca, ma ci ho messo due minuti per darle la sigaretta. Due minuti sono tantissimi quando ti si avvicina qualcuno per chiederti di fumare, lo capisci subito cosa ti sta per chiedere e tu già sai cosa gli risponderai: due minuti in cui la sigaretta si è spenta sulle rughe del suo viso mentre ha tossito.
Tieni.
Grazie.
Hai anche da accendere?
Tossisce di nuovo senza mettersi le mani davanti alla bocca. È una cosa fastidiosissima e io non la sopporto: mi capita di andare a pranzo o a cena con gente che sbadiglia o tossisce senza mettersi le mani davanti alla bocca, cavità orali che mi si spalancano davanti, in qualunque momento, mentre mangio, mentre parlo, mentre li guardo, piccoli sputi schifosi di creature bellissime e profumatissime, se tenessero la bocca chiusa.

Cosa fai in spiaggia a quest’ora del mattino?
Perdo tempo.
Per cosa?
Aspettare il traghetto.
Lo dicevo che eri continentale. Di dove sei? Anzi, no: scusa, non volevo essere invadente.
Si vede da cosa che non sono di qui?
A quest’ora questo pezzo di spiaggia è trafficata sempre dalla stessa gente. E tu sei nuovo.
E tu che fai in tailleur a quest’ora del mattino?
Non ho casa fino a venerdì. Ci vado a lavorare con questo. Dormivo, poi sei arrivato tu a svegliarmi.
Scusa.
Dai, scherzo: non essere serioso.
Non sono serioso.
Va bene. E che ci fai qua a Cagliari?
Una volta al mese ci vengo a lavorare.
E che lavoro fai?
Quante domande.
Vabe’, ho capito. Grazie della sigaretta.

Mi sono allontanato senza chiederle scusa. L’ho raggiunta e ho tirato fuori una delle tre caramelle che avevo in tasca, quella alla menta comprata dal tabaccaio, niente di troppo costoso, incartata in una plastica che si è appiccicata subito col caldo. L’ha srotolata e l’ha leccata anche sulla carta di plastica, si è asciugata il dito e mi ha sorriso.
Dai, non volevo essere scortese.
Va bene, perdonato. Possiamo fare colazione se vuoi.
Dove?
Lì.
Mi ha indicato un bar ancora chiuso.
È di mio fratello, ho le chiavi, apre fra un’ora. Andiamo?

Mi ha preso per mano. Con la mano appiccicosa di caramella alla menta scquagliata, non mi piace lo zucchero sulle mani di solito, mi ha preso per mano come se ci conoscessimo da una vita.
È uno di quei gesti rischiosi prendere la mano, io almeno ci avrei pensato due volte: non si può sapere come la prende chi ti sta di fronte, cosa pensa, se ne è infastidito. Io, se mi prendi per mano, mi fido; sarà perché io non ce l’ho il coraggio di prendere per mano qualcuno la prima volta la vedo: sarà un riflesso di quando ero bambino, non so, ma se mi prendi la mano dal palmo, è come se iniziassi ad averne cura in quel momento preciso e per qualche minuto, certo, solo qualche minuto ma non importa.

Che vuoi?
Un cappuccino. O un caffè.
Un cappuccino o un caffè?
Un cappuccino e un caffè.
Poi?
Basta.
Davvero? Basta?
Sì. Basta così. Non mangio mai al mattino.
Male.

Quello sarebbe stato il momento in cui io avrei dovuto dire Sì, lo dice anche la mia morosa o fidanzata o Valerie, chiamarti semplicemente Valerie e dirle che Sì, è una mi abitudine malsana, ma è una mia abitudine e c’è una donna che si chiama Valerie, è la mia donna, con cui dovrei fare colazione adesso. Si chiama Valerie, ha un tic buffissimo, sai? Arriccia il naso ogni tanto, mentre parla o ride, dura un secondo ed è una cosa di cui non ci si accorge subito. E  si lava i denti con la sinistra anche se non è mancina, è l’unica cosa che riesce a fare con la sinistra a parte girare la pasta e lo zucchero nel tè. Ultimamente si è comprata un’armonica in do, ma non la sa suonare: è che si perde a trovare da sola la linea vocale delle canzoni che le piacciono per poi suonarle con l’armonica e sembra un bambino di due anni: ascolta, cerca di ripetere e se trova le note giuste le scrive su un foglio sorridente e poi in alto in stampatello ci mette il titolo. L’ultima è stata It ain’t me babe, le piacciono i classici. Dice che è divertente.
Un’altra cosa divertente che fa è mettersi lo smalto mentre parla con sua sorella al telefono che è una tipa abbastanza noiosa e ogni tanto da di matto da quando il suo fidanzato l’ha lasciata all’altare. Chissà cosa farei io al posto suo, mi dice spesso. Io non le rispondo. Non le rispondo quasi mai, in generale, soprattutto quando mi parla di sua sorella e di cosa farebbe al suo posto. Ecco, ho questo difetto: quando mi parla di cose di cui non mi importa, non le rispondo, credo sia il mio modo di dirle che mi annoia o che semplicemente non penso siano questioni su cui perdere più di tre secondi. Ormai credo l’abbia capito. Non si arrabbia più, sono due anni che stiamo insieme e già non si arrabbia più per un sacco di cose. E poi mangia con la bocca chiusa e questa cosa l’adoro, l’ho portata a mangiare la prima volta che siamo usciti insieme, sono riuscita a guardarla tutto il tempo senza rimanerne disgustato: con la metà delle persone che conosco questa cosa non posso farla. Non posso nemmeno decidere di non rispondere, la maggior parte delle volte. Si mette anche le mani davanti alla bocca quando tossisce e quando sbadiglia. Sempre, anche quando sta per morire di sonno.

Avrei poturo dire tutte queste cose, sarebbe stato il momento giusto, invece no.
Ecco: quando mi distraggo, penso a lei e mi vengono in mente i tic o le cose strane. Non mi viene mai in mente di dire quanti anni ha per esempio o se ha i capelli neri e ricci. Mi distraggo spesso, ultimamente. Finisco per pensarti senza parlare di te. Finisco per stare zitto.

A che ora è il traghetto?

***

Terza parte e precedenti.

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