Quando tu mi dici per sempre, io ci credo. Se me lo dici tu, io ci credo.
Sì?
Sì, mi fido. Mi fido del tuo per sempre, perché lo dici poco. E poi perché lo dici guardandomi negli occhi: non si mente agli innamorati.
Come no.
No, davvero. Tu non mi menti mai.
Come no.
Mi menti?
Sì, certo.
Quando?
Ieri sera, per esempio.
Ieri sera quando?
Ieri sera quando ho pianto.
Ieri sera quando hai pianto cosa?
Ieri sera quando ho pianto ti ho mentito. Non ho pianto per me, ma per te. E quando piango per te, piango tutto insieme, perché mi riprometto sempre che è l’ultima volta e non ho il coraggio di dirti che è colpa tua.
Ho capito: è colpa mia.
Non c’è niente da capire, non è colpa tua. There’s never been a rose without a thorn, non l’ho mica detto io.
È un verso di una canzone.
È la tua canzone.
Non è vero.
Oh, sì. Com’è che dicevi?
Avevamo litigato quella volta lì.
Noi litighiamo sempre.
La maggior parte delle volte mi dici la verità, però. Dimmi che mi dici la verità. Io mi fido della maggior parte delle volte.
Non sono tutte, non sai quando sono vere e quando invece no.
Per sempre però è diverso. È importante. Non puoi mentire su per sempre.
Puoi? Cosa vuol dire puoi? Certo che posso.
Vabe’, hai capito.
No, non ho capito. Posso? Che cazzo vuol dire posso?
Lascia stare.
No, non lascio stare, stupido. Per sempre è un ricatto.
Un ricatto?
Sì, lo dico così torni: non è che ti fidi, è che ti ci affidi, al mio per sempre, di nascosto e senza chiederti il motivo, comodamente ti nascondi dietro al fatto che te lo dico io e io non mento mai, ti dici: non aspetti altro da me che io ti dica per e sempre. Ha un bel suono e non ti mette ansia: è la tua chiave di casa.  Tu vai poi torni, te ne vai poi ritorni sempre e io aspetto per sempre, sì che ti aspetto, non ti chiedo niente, sono così abituata che mi sembri più bello mentre aspetto e poi torni, varchi la soglia e ricominciamo daccapo, tutte le volte come non ci fosse mai un prima, un momento in cui ho sofferto perché in realtà tu mi lasci, ogni volta. Te ne vai e mi lasci sicuro, perché io ti dico per sempre e invece tu? Cosa rimane a me? Sorridi e basta, non dici niente, io non ho niente.
È che io non so parlare, lo sai.
Scuse. Ti ho detto ti aspetterò per sempre, ma non lo so più, magari la prossima volta tu torni e non mi ci trovi in casa ad aspettarti, che ne sai.
Non dire così, non è vero. Sei arrabbiata. Non farmi andare via così.
Non è vero? Smettila, smettila di dire cosa è vero e cosa no. Smettila di sapere meglio di me quello che è vero per me. Smettila, vattene, ma smettila: vattene, esci da quella cazzo di porta e per una volta, una sola, non tornare.
Mi stai lasciando? Devo piangere o ridere? Mi stai lasciando?

Ci sto solo provando, ma è complicato. Quando non riesco a fare le cose, mi metto a sedere con le ginocchia unite, torno bambina in un secondo dietro la porta della mia camera seduta sul pavimento nocciola e penso a cosa fare, ricomincio a pensare per uno, mi sforzo, mi impegno, ma lasciarti è sempre complicato, perché mi manchi subito e non capisco mai se mi manca il pensiero di averti intorno o sei proprio tu ad essermi necessario, lineare e naturale, necessario come negazione del caso. La necessità, dio mio, la necessità è l’unica verità che conosco, quella di cui sento il fiato sul collo e puzza di me che marcisco ad aspettarti.
E non mente, lei. Mai.
La notte prima del tuo ritorno, vado sempre in giro senza sapere dove. Giro in tondo o giro un cucchiaino da zucchero in una tazzina da caffè o ancora il mestolo nella pentola per il pranzo che voglio preparati. Non importa se c’è o meno qualcosa dentro, a volte non c’è nemmeno lo zucchero, ma io giro, succede sempre da quando sono diventata grande, quando non so che fare.
Scopro per esempio i suoni della ceramica, e poi te li racconto, quando arriva l’indomani, quando riprendiamo il caffè insieme: c’è il suono più acuto, verso il bordo superiore o quello più grave, chiuso sul fondo del nero, dove leggi il futuro e il mio, mi dici spesso, non sarà mai buio, ma io non so se fidarmi della tua mania dell’oroscopo e di prevedere il futuro: mi leggi le parole di domani sulla bocca, la punteggiatura sui denti, le pause che si porta via la lingua quando mi baci.

Io lo leggo l’oroscopo, mi riprendi, non sono mica un mago.

La prima volta che Mario non ha trovato in casa Teresa ha urlato e si è sentito fino a qui, Falena era così spaventato che è venuto da noi di notte, si è accucciato sotto il fico a destra della porta e non ha nemmeno guaito: aveva solo fretta di addormentarsi e anche io, perché l’indomani mattina presto saresti tornato. Succede sempre di mattina, col sonno da guarire, ti butti sul letto, senza parlare e io ti seguo dalla porta alla camera da letto al bagno e di nuovo alla camera, ti affacci al balcone, mi sorridi e dormi come capita.
Quando arrivi, hai le rughe dello spazio che hai abitato, singolo e silenzioso, la gioia colorata di stare da solo, ma penso semplicemente che stai comodo senza di me: odio questa consapevolezza, la tua indipendenza, io la odio e faccio di tutto per diventare insostituibile, ogni volta che torni e stringere la forbice della distanza, mettermi dentro a un angolo del tuo spazio che invece è di una rotondità perfetta.
E allora non ci entro mai.
Ogni tanto penso che una volta te ne andrai subito, sarà il momento in cui la distanza dei tuoi viaggi diventerà la nostra ed io ferma qui non basterò più, non odorerò più di casa e di futuro, ma solo di una previsione sbagliata.

La prima volta che Mario non ha trovato in casa Teresa è andato a cercarla a mani nude e lo sguardo impaurito ed è stata l’unica volta che gli ho visto la paura sulla faccia. È venuta a cercarla anche qua da noi e poi è corso via, non è stato maleducato, non è stato burbero, aveva fretta di trovarla.
Domani ci sposiamo, le ha detto sotto al portone di sua madre, domani ci sposiamo con l’abito bianco e i fiori e l’altare.

Ma sull’altare Teresa è sola, aspetta il prete vestito di una tunica blu: è in ritardo. Domani non è mai arrivato, Mario ferma a fare benzina alla stazione di servizio all’inizio del paese, vicino alla chiesa, mentre Teresa sull’altare beve un caffè e gira lo zucchero come fosse mattina, ma è mezzogiorno e l’ora del matrimonio è passata da un’ora, il suono della tazzina scandito precisamente.
Il ragazzo all’organo si esercita con la marcia nuziale, la fa più veloce, solo per ripassare le note, non per suonare per davvero, ha fretta di ricordarsele per fare bella figura al momento giusto.
Teresa gli chiede di suonare una cosa triste perché Mario arriverà e lui la guarda col sorriso e ricomincia  daccapo a suonare la loro musica, per bene, come se dovesse onorare il momento lo stesso, per farla contenta. Non guarda la tastiera, le sorride e muove le sopracciglia a ritmo, trattiene il fiato nei passaggi più importanti, ma non le toglie gli occhi di dosso, costringendola  a guardarlo.
Cinque minuti dopo Teresa è seduta con lui sullo sgabello, sgualcendo la gonna del vestito, pur tenendolo a bada per non rovinarlo troppo, per l’ultimo minuto in cui Mario sarebbe potuto arrivare.
La navata è silenziosa, il prete si sta già svestendo in sagrestia, Teresa si mette le mani tra i capelli e si strappa i fiori, le perline, butta tutto a terra.

Non tornerò mai più, si dice.

E invece poi qualche mese dopo ci ha ripensato, come se fosse inevitabile, una domenica mattina, mentre io ti aspettavo la prima volta.
Torno da lui, mi ha detto in strada.
Era mattino presto, abitavo ancora al paese, giravo in macchina e giravo lo zucchero, giravo l’isolato con lei accanto e tentavo di perdermi, la ascoltavo e intanto camminavo, per sapere se avrei potuto dimenticare, volendo, la strada tra casa mia e la chiesa.
A casa mi sono addormentata e giravo una volta su me stessa davanti allo specchio col vestito bianco addosso, pensando a Teresa.
È a quel punto che il vetro della finestra si è rotto, ti ho visto sulla parete come una diapositiva allentare il nodo della cravatta blu mentre guidavi e sudavi ogni metro in più, lungo il viale e nonostante i pini, prima di scoppiare nel fuoco, prima di sbadigliare al volante mentre mettevi in moto, prima di fare benzina e nel mio sogno mi hai detto: domani ci sposiamo, con l’abito bianco e i fiori e l’altare.

Ma sull’altare sono sola, aspetto il prete vestito di una tunica blu: è in ritardo.

***
Questo fa il paio con questo: puoi leggere chi sono Mario e Teresa e Falena, se vuoi saperlo.
Fanno il paio, forse.
Ma ci sono comunque i buchi, come nel formaggio.

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